Intervista alla Dott.ssa Denise Corsini: micorrize e carenze idriche

Buongiorno Denise Corsini, ti ringrazio per aver accettato il nostro invito a questa intervista. Puoi spiegarci il tuo percorso fino ad oggi e di cosa ti occupi?

Buongiorno Beatrice, grazie a te per l’invito.

Dopo aver conseguito il diploma come perito agrario nel 2011 ho intrapreso gli studi universitari presso la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano. Nel 2016 mi sono laureata in produzione e protezione delle piante e dei sistemi del verde con una tesi che indagava i processi di decadimento del legno a carico delle alberature di un parco storico (Fig. 1). Con questo lavoro, svolto all’interno del parco della Tenuta di Trenzanesio (Rodano, MI), mi sono approcciata per la prima volta all’arboricoltura e al verde urbano. Nel 2018 ho conseguito il diploma di laurea magistrale in Scienze della produzione e della protezione delle piante, con una tesi intitolata “Milanino città giardino: valutazione critica delle alberature stradali nell’ottica di una riqualificazione mirata”. Dopo la laurea ho acquisito l’abilitazione all’esercizio della professione tramite l’esame di stato e mi sono iscritta all’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali di Milano.

Tra il 2018 e il 2020 ho collaborato come Dott.ssa Agronoma con degli studi di Milano fino a che, spinta dalla volontà di approfondire i temi legati ai benefici degli alberi in città, mi sono candidata per una borsa di ricerca bandita dal Professor Francesco Ferrini dell’Università degli Studi di Firenze. Attualmente ho una borsa di ricerca presso di Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze, e mi occupo di arboricoltura e servizi ecosistemici.

Dott.ssa Denise Corsini
Figura 1 – Dott.ssa Denise Corsini (Fonte: Denise Corsini).

Molti parlano di aumentare le zone verdi e gli alberi, nelle grandi città. Quali sono i veri vantaggi di ciò, dott.ssa Denise Corsini?

La presenza di alberi e aree verdi nelle nostre città è fondamentale per innumerevoli ragioni: essi infatti non rappresentano solo un ornamento per viali e aree di aggregazione, bensì generano i cosiddetti servizi ecosistemici. Con questo termine si indicano i benefici multipli che l’ambiente e la vegetazione forniscono al genere umano, riassumibili in servizi di approvvigionamento (cibo, materiali, etc.), servizi culturali (aggregazione sociale, benessere psicologico) e servizi di regolazione (miglioramento qualità dell’aria, regolazione del microclima, etc.). Per massimizzare tali benefici è necessaria una attenta pianificazione e progettazione delle diverse tipologie di verde (parchi, alberature stradali, pareti e tetti verdi, etc.), che siano il più possibile interconnesse e diffuse in modo capillare. Anche una corretta manutenzione è un tassello fondamentale per la riuscita di un’opera a verde e per l’ottimizzazione dei benefici ad essa connessi, soprattutto nelle fasi di messa a dimora e affrancamento delle specie vegetali, le fasi più critiche del ciclo di vita di una pianta in ambiente cittadino.

Vorrei porre il focus di questa intervista sull’articolo scientifico uscito ad aprile 2022 su Forests. Qui parli delle difficoltà d’impianto degli alberi in ambiente urbano, puoi parlarcene?

E’ ben noto che l’ambiente urbano non rappresenta un luogo ottimale per lo sviluppo e la sopravvivenza degli alberi. Suoli poveri, interferenze con il costruito, squilibri idrici, inquinamento e isola di calore urbana, rappresentano solo alcune delle ostilità che le piante incontrano in ambiti urbanizzati.

Il trapianto, se non effettuato correttamente, può rappresentare un importante fattore di stress per un albero. Si stima, infatti, un tasso di mortalità media annua del 4-33% nei cinque anni dopo il trapianto, percentuale che può aumentare in ambienti particolarmente rigidi e in assenza di irrigazione. Condizioni di suolo alterate, cambiamenti nell’esposizione all’irraggiamento solare e rapporto radice-germoglio alterato, sono tra i fattori primari che contribuiscono a determinare lo shock da trapianto. Tali fattori sono legati al passaggio dalla coltivazione in vivaio a quella in pieno campo una volta poste a dimora le piante. Questo rende i nuovi impianti particolarmente sensibili alle carenze idriche, uno dei principali fattori di stress in ambiente urbano, esacerbato negli ultimi decenni dal cambiamento climatico. In questo contesto, le tecniche di pre-condizionamento in vivaio risultano particolarmente importanti: attraverso tali tecniche si possono produrre piante con caratteristiche morfologiche e fisiologiche in grado di promuovere il loro affrancamento dopo la messa a dimora. Tra le tecniche di pre-condizionamento in vivaio quelle oggetto della recente pubblicazione sono l’inoculo con funghi micorrizici (Fig. 2) e l’irrigazione sub-ottimale (deficit irrigation). Oltre a quanto detto, una adeguata progettazione, corrette pratiche di messa a dimora e una ottimale manutenzione post-trapianto risultano fondamentali per ridurre la crisi da trapianto e superare la fase di affrancamento degli alberi di nuovo impianto.

Simbiosi micorrizica vista al microscopio
Figura 2 – Simbiosi micorrizica vista al microscopio (fonte: Forests)

Come le micorrize possono essere d’aiuto agli alberi giovani nella loro messa a dimora?

Vari studi hanno riportato che le simbiosi micorriziche migliorano la tolleranza di molte specie vegetali a condizioni ambientali sub-ottimali, mitigando gli effetti di stress cronici cui esse sono sottoposte in ambiente urbano. I meccanismi coinvolti sono svariati e spesso strettamente correlati, come ad esempio l’incremento della capacità di assorbimento radicale, maggiore conduttanza stomatica e traspirazione, maggiore aggiustamento osmotico e migliore stato nutrizionale.

In questo contesto, la micorrizzazione controllata consiste nella selezione e isolamento di ceppi micorrizici ottenuti direttamente dal sito di impianto per produrre un inoculo idoneo a giovani piante della stessa specie destinate ad essere messe a dimora nello stesso luogo (Fig. 3). Questa tecnica, una volta verificata l’applicabilità al sito di impianto e alla specie, consente di superare problemi legati alla bassa specificità di inoculi micorrizici commerciali e alla ridotta vitalità di tali prodotti una volta applicati nel sito di impianto, anche se la sopravvivenza al trapianto è ancora un tema poco esplorato.

Nell’articolo recentemente pubblicato su Forests è stata testata l’ipotesi che la micorrizzazione controllata in vivaio possa produrre piante di Acer campestre e Tilia cordata in grado di superare meglio la delicata fase di affrancamento post-trapianto. I risultati riportati indicano che per Acer campestre e Tilia cordata tale tecnica è applicabile ed efficace. Le piante inoculate hanno infatti mostrato una maggiore assimilazione di CO2 e relazioni idriche più favorevoli dopo il trapianto, anche se gli effetti sono stati meno evidenti in tiglio, specie che comunemente stabilisce simbiosi micorriziche generaliste. L’inoculazione in vivaio risulterebbe inoltre più conveniente rispetto a quella fatta al momento del trapianto in quanto richiederebbe minori quantità di inoculo per pianta.

Campi in cui è stato condotta la sperimentazione
Figura 3 – Campi in cui è stato condotta la sperimentazione (fonte: Forests).

Dott.ssa Denise Corsini, puoi descriverci come sia stata la sperimentazione con le micorrize?

La percentuale di colonizzazione micorrizica è stata indagata con il “magnified intersection method” su Acer campestre (funghi micorrizici arbuscolari) e Tilia cordata (funghi micorrizici arbuscolari ed ectomicorrize), 3 stagioni vegetative dopo il trapianto (5 stagioni vegetative dopo l’inoculo in vivaio).

Sono stati prelevati dei campioni di radici e suolo tramite scavo manuale ad una profondità di 10-35 cm e ad una distanza dal colletto della pianta di 50-70 cm. Per valutare la colonizzazione di funghi micorrizici arbuscolari le radici sono state colorate con Trypan Blue e la colonizzazione è stata misurata seguendo il metodo proposto da Phillips e Hayman (adattato a specie legnose). I campioni di radice sono stati tagliati in porzioni da 1 cm, lavati sotto acqua corrente con un setaccio, e successivamente schiariti in KOH al 10% per 48 ore a temperatura ambiente. Successivamente, le radici sono state accuratamente lavate in acqua corrente e acidificate in una soluzione al 2% di HCl per 20 minuti a bagnomaria a 100 °C. Lavate nuovamente, le radici sono state colorate con una soluzione contenente acqua/glicerolo/acido lattico (1:1:1 in volume) e 0,05% di Trypan Blue per 5 minuti a 100 °C. Per rimuovere il colorante in eccesso, i campioni sono stati lavati con acido lattico al 50%. Infine, le radici sono state montate in acido lattico al 50% sui vetrini del microscopio, allineate parallelamente all’asse longitudinale del vetrino e osservate ad un ingrandimento x 400.

Dott.ssa Denise Corsini, pensi che l’utilizzo delle micorrize possa risolvere i problemi di impianto legati all’inquinamento e cambiamento climatico?

Nell’attuale scenario del cambiamento climatico, nel quale si assiste ad un generale aumento delle temperature e a sempre più prolungati periodi con assenza di precipitazioni, le alberature di nuovo impianto sono esposte ad una elevata richiesta di traspirazione da parte dell’atmosfera mentre la capacità di assorbimento dell’acqua da parte dell’apparato radicale è ancora ridotta a causa del trapianto. In quest’ottica, l’utilizzo di micorrize rappresenta una strategia efficace per favorire il superamento della crisi da trapianto e per migliorare l’affrancamento post-trapianto.

Ringraziandoti per queste risposte vorrei chiederti, dott.ssa Denise Corsini quali sono le prospettive future legate a questo ambito?

I risultati di questa sperimentazione sottolineano la necessità di una migliore comprensione delle interazioni tra specie vegetali e ceppi fungini, che potrebbero essere ottenute sequenziando le comunità fungine specifiche nei vivai e nei siti d’impianto. Ad oggi pochi studi hanno valutato gli effetti a lungo termine dell’inoculazione di micorrize in vivaio sugli alberi dopo il trapianto. Ampliare la sperimentazione post-trapianto su più specie arboree potrebbe inoltre fornire un quadro più chiaro sull’utilizzo di inoculi micorrizici in vivaio e sulla loro efficacia nel superamento dello shock da trapianto.

Fonti

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Beatrice Cavenago

Sono assegnista di ricerca alla Facoltà di Agraria in Unimi, lavoro su piante arboree da frutto! Sono appassionata di micologia e patologia vegetale!

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