La sindrome di K: quando dei medici italiani ingannarono i nazisti

La Sindrome di K si riferisce ad un curioso episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale a Roma. Si tratta di una storia dal lietio fine, in mezzo a tanti orrori che sono accaduti in quegli anni.

La storia è fatta di grandi e piccoli eventi, che insieme confluiscono in un unico filone, tenuto insieme da una linea del tempo. In alcuni casi, grandi eventi si compongono di tante piccole parti, che insieme contribuiscono a comporne l’insieme

Questa è una storia di guerra e scienza. Di odio, umanità, ingegno e speranza. 

E’ una storia particolare, avvenuta a Roma, durante la seconda guerra mondiale e sotto l’occupazione tedesca della capitale, in quella atmosfera di “città aperta” che venne riportata poi dal capolavoro di Rossellini pochi anni più tardi.

I personaggi principali sono rappresentati da un gruppo di medici italiani, un frate polacco, i nazisti che bussano alla porta e italiani ebrei da salvare. 

E la microbiologia? Esattamente la parte centrale di tutto l’intreccio.

Per comprendere bene la vicenda, bisogna percorrere a ritroso questa linea del tempo, e tornare all’epoca del ventennio fascista.

Roma, 1934

Un giovane medico, laureatosi nel 1922 e reduce della grande guerra, partecipò ad un concorso agli Ospedali riuniti di Roma per un posto da primario. Lo vinse, ma non gli assegnarono la posizione promessa, poiché rifiutò di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista.

Il suo nome era Giovanni Borromeo, medico romano, nato da famiglia di tradizione cattolica e persona molto competente e determinata.

A garantirgli il meritato posto ci pensò Fra’ Maurizio Bialek, ma in un altro ospedale, allora in disuso e che ospitava pochi malati: il Fatebenefratelli sull’isola Tiberina, ai tempi un semplice ricovero per malati cronici (Figura 1). Fra’ Maurizio era un frate polacco, che aveva il titolo di priore di quell’ospedale ed era responsabile dell’ufficio economato. La sua idea era quella di rinnovare l’intera struttura.

Il Fatebenefratelli sull'isola tiberina.
Figura 1 – Il Fatebenefratelli che sorge sull’isola Tiberina [Fonte: arisassociazione.it]

Giovanni accettò e da qui la sua vita prese una piega che non poteva immaginare.

In poco tempo, lui e il misterioso Fra’ Maurizio rimisero in sesto l’ospedale, rendendolo uno dei nosocomi più rinomati della capitale. Vennero chiamati medici “sfuggiti” alla chiamata alle armi, infermiere, studenti e volontari.

Borromeo desiderava la collaborazione di medici fidati. Fece pertanto chiamare il Dott. Vittorio Emanuele Sacerdoti, che praticava ad Ancona e che accettò l’incarico; ma dovette falsificare i propri documenti, essendo di origine ebrea. Il chirurgo di riferimento divenne invece Giuseppe Rizzi, che sarà molto amico di Sacerdoti in seguito.

Poco a poco tutto l’ospedale prese forma e vigore. Il lavoro di Borromeo e Fra’ Maurizio si era concretizzato nella realizzazione di una nuova realtà ben funzionante, tra lavoratori, religiosi e alcuni volontari, tra cui spicca il nome di Adriano Ossicini, un giovane laureando in medicina.

Ma non erano ovviamente anni in cui si poteva stare tranquilli e la guerra trascinò con sé tutti i suoi mali, travolgendo anche quella piccola isola in cui sorgeva il nosocomio.

La fuga verso l’ospedale

L’occupazione tedesca a Roma ha portato a tante tragedie che resteranno impresse nella memoria. 

Quello che accadde in questo ospedale in quel periodo è un insieme di coraggio, speranza, genialità e rischio. E in tutto questo, la scienza e la microbiologia furono parte integrante degli avvenimenti.

Siamo all’alba del 16 Ottobre del 1943. La data è nota, tragicamente, per via del rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma.

A partire dalle 5:30 del mattino, iniziarono le operazioni in quella zona e in altri quartieri della capitale, a seconda degli indirizzi e dei nominativi puntualmente forniti dal Ministero dell’Interno. 

“Quella notte (del 16 ottobre 1943, ndr) ero in corsia dentro l’ospedale Fatebenefratelli per operare una paracentesi e, all’alba, dalle finestre mi accorsi di quanto stava accadendo: quella che è rimasta segnata nella storia come la drammatica razzia del Ghetto di Roma.”

Con queste parole, Adriano Ossicini descriveva in un’intervista cosa accadde in quegli attimi di terrore (Figura 2). Le grida, la gente che fuggiva, bambini separati dalle madri e tutti, donne, uomini, anziani e fanciulli caricati nei camion con una sola destinazione: Auschwitz.

Rastrellamenti a Roma del 1943
Figura 2 – Rastrellamento di ebrei italiani al ghetto di Roma [Fonte: ilfaroonline.it]

Terrorizzato, Ossicini non rimase comunque immobile. Scese di sotto e, aiutato da un guardiano, fece entrare alcuni fuggitivi.

In un primo momento riuscirono a portarne in salvo una decina; dopoché, coinvolse anche Borromeo e Sacerdoti in questa operazione di salvataggio. Li ricoverarono come fossero pazienti, ma non bastava.

Tutti concordavano su un fatto: i tedeschi sarebbero tornati a cercarli. I nazisti, su una lista di oltre 8000 persone, ne catturarono poco più di mille. Questo ovviamente non piacque ai piani alti.

E difatti, i tedeschi bussarono alla porta dell’ospedale. A cercare chi ancora mancava al loro appello.

Un morbo misterioso

I medici sapevano bene che i rifugiati sarebbero stati portati via con la forza. Non era certo un problema per i loro aguzzini curarsi della loro salute. Serviva qualcosa che li tenesse lontani, qualcosa che potesse intimorirli.

Così, Sacerdoti si recò di malati e gli chiese di tossire. Tossire forte. Al resto, ci avevano già pensato loro.

Con l’aiuto di Borromeo, venne attuato un piano che si basava su solide basi di patologia, infettivologia e batteriologia e i ricoverati-fuggitivi vennero etichettati come pazienti malati di “Sindrome K”.

Questo nome era dovuto, ironicamente, ad Albert Kesserling, il generale nazista incaricato di mantenere il controllo dell’Italia durante l’avanzata degli Alleati; ma era anche l’iniziale di Herbert Kappler, il tenente colonnello delle SS a capo della Gestapo a Roma che coordinò la retata (e lo stesso che guidò l’eccidio delle Fosse Ardeatine).

Ma soprattutto, quella “K” evocava ai tedeschi il bacillo di Koch e la malattia ad esso correlato, la tubercolosi, della quale erano ben consapevoli e di cui erano ovviamente terrorizzati.

Giovanni Borromeo, inoltre, rincarò la dose: riportò ai medici tedeschi una sintomatologia terribile, che si manifestava inizialmente con convulsioni e demenza, per poi portare alla paralisi degli arti e morte per asfissia.

Dinanzi ad una spiegazione dettagliata e convincente di una malattia che comprendeva sintomi da tubercolosi e tetano, i tedeschi abbandonarono in fretta la struttura. Non potevano certo rischiare un’epidemia, tantomeno di un male ignoto e incurabile.

Con questo stratagemma, Borromeo e gli altri riuscirono, nel corso del tempo, a mettere in salvo circa un centinaio di persone tra ebrei, rifugiati politici, dissidenti e antifascisti. I finti malati restavano giusto il tempo di eludere i primi controlli e di attendere che dalle tipografie arrivassero i documenti falsi, utili per la successiva fuga.

In questo modo, l’ospedale poteva liberare dei posti ed ospitare altri fuggitivi e registrarli come ricoverati con la “Sindrome di K”.

Dopo la Guerra

Il Fatebenefratelli naturalmente divenne una delle strutture più celebri ed importanti d’Italia, titolo che mantiene tutt’oggi.

Il Dottor Sacerdoti, dopo il 1944, tornò a cercare i propri cari ad Ancona, che fortunatamente erano riusciti a nascondersi. Lasciò il Fatebenefratelli nel 1950 e proseguì la sua carriera a servizio dei bisognosi in altre zone di Roma, insieme all’amico Giuseppe Rizzi. Morì il 3 Agosto del 2005, a 90 anni.

Adriano Ossicini si laureò in Medicina nel 1944. Ottenne in seguito la specializzazione in psichiatria e una cattedra alla Sapienza. Entrò in Politica e fu ministro per la famiglia e la solidarietà sociale sotto il governo Dini, dal 1992 al 1994. Si spense nel 2019.

Al termine del conflitto, Giovanni Borromeo proseguì con la sua carriera di medico al fatebenefratelli e divenne assessore all’igiene e sanità nel comune di Roma. Morì il 24 agosto 1961. Tra le tante onorificenze, ricevette la Medaglia d’Argento al Valor Civile e, nel 2004, il titolo di Giusto fra le Nazioni dallo stato d’Israele. Il suo nome è stato scritto in lettere d’oro allo Yad Vashem, l’Ente nazionale israeliano per la Memoria della Shoah.

Quanto a Fra’ Maurizio Bialek, dopo quegli eventi continuò nella sua missione di fede in tiberina per poi trasferirsi a Napoli. Ottenne la cittadinanza italiana e tornò infine a Roma, dopo molti anni, dove morì nel 2009.

Un male inventato ma una paura presente.

Loro sono i principali -ma non gli unici- protagonisti di una storia all’interno della storia che tutt’oggi regala speranza, in mezzo a tanta crudeltà. Una storia che dimostra come gli eroi in tempi di guerra si potevano trovare anche lontano dai campi di battaglia. Persone che grazie alla loro umanità e alle loro conoscenze hanno dato speranza e valorizzato la vita.

Ed è una storia che mostra come le epidemie, le malattie e la sofferenza ad esse legata, sono talmente radicate nella coscienza collettiva dell’uomo da riconoscerle come male primario e fuggirvi anche solo a sentirle nominare, per quanto frutto del genio e della fantasia di abile medico.

Perchè sono mali misterosi, che possono colpire chiunque e la cui paura accomuna davvero tutti, così come gli sforzi per cercare di sconfiggerli.

Fonti

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