Intervista al Dott. Andrea Scapin: autore del libro Agrifake

Chi vive direttamente l’agricoltura e parla con le più svariate figure del settore, si rende conto che l’agricoltura non è la visione bucolica che questo mondo fatto di tendenze vuole far credere, acquisendo errate convinzioni“. (Agrifake).

In questa intervista parleremo con Andrea Scapin che, insieme al Professor Salvatore Roberto Pilu dell’Università degli Studi di Milano, ha scritto il libro Agrifake.

Buongiorno Dott. Scapin, la ringrazio per aver accettato il nostro invito a questa intervista. Inizialmente vorrei chiederle se ci può parlare un po’ di lei e del suo percorso.

Buongiorno e vi ringrazio molto per aver pensato a me. Non arrivo da una famiglia di agricoltori, il mio percorso con le piante e l’agricoltura è iniziato inspiegabilmente all’età di 11 anni, quando ho cominciato a voler coltivare un orto senza avere un terreno a disposizione; dopo averlo trovato ho iniziato a perdermi per ore a “giocare” con le piante. Nello stesso periodo ho fondato un gruppo di volontari, pressoché tutti coetanei, per piantare alberi: la definisco “la mia follia di piantare alberi”, tutt’ora non guarita. Da queste insolite passioni ho deciso di iscrivermi alla scuola di agraria di Codogno, cittadina oggi famosissima per il Covid.

Finite le superiori mi sono iscritto alla Facoltà di Agraria di Milano, dove mi sono avvicinato sempre di più al mondo del miglioramento genetico, e sviluppando una passione in particolare per la diversità genetica delle piante e il breeding classico. Ho svolto entrambe le tesi di laurea col Professor Roberto Pilu (Fig. 1), di Genetica agraria, che mi ha aiutato a conoscere il mondo dell’agricoltura professionale e del breeding. Dopo la laurea ho iniziato un percorso nelle aziende sementiere, lavoro che mi piace moltissimo, dove tutt’ora rivesto una posizione di Ricerca per il Nord Italia.

Andrea Scapin e Roberto Pilu
Figura 1 – A sinistra, Dott. Andrea Scapin e, a sinistra, Prof. Salvatore Roberto Pilu (Fonte: Andrea Scapin).

Lei è il coautore del libro “Agrifake”. Può parlarcene?

Nella prefazione del libro (Fig. 2) scrivo che per me scrivere un libro è sempre stato un sogno; devo ringraziare il Professore Roberto Pilu, coautore di Agrifake, che ha creduto da subito nel mio progetto e mi ha aiutato a realizzare questo sogno. Ho coinvolto il Professore quando arrivato ad un’ottantina di pagine mi rendevo conto che mi piaceva come stavo scrivendo e come i concetti riempissero le pagine con naturalezza. In realtà avevo fatto qualche tentativo qualche anno prima per scrivere un libro del genere, ma arrivato a poche pagine non riuscivo a trovare una linea dei contenuti e così con click tasto destro ed elimina, ho cestinato diverse volte le prime bozze che possiamo considerare precorritrici di Agrifake.

Il libro doveva avere alcuni requisiti: colorato (perché l’estetica è molto importante), sintetico (perché allungare è semplice, è la sintesi complessa) e semplice (un libro per il medio pubblico, non per i già esperti settoriali). Al primo proposito moltissimi disegni sono di mia sorella, compresa la copertina, raffigurante Johnny Appleseed, un personaggio per il quale sono “fissato”. J. Appleseed era un po’ strano, e durante il Far West seminava alberi di melo in Nord America, creando così una grandissima diversità di melo da cui discendono anche alcune delle varietà che ancora oggi mangiamo.

Agrifake
Figura 2 – Il libro Agrifake (Fonte: Andrea Scapin).

Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere un libro per sfatare le fake news nell’agricoltura?

La prima motivazione è che sentiamo parlare di pseudoscienza ormai in tutti i settori, tutti che parlano sentendosi esperti di qualsiasi argomento, sono nauseato da questo atteggiamento. I social, o il web in generale, contribuiscono alla diffusione di false notizie ma anche danno la sensazione di essere tuttologi. Anche in materia di agricoltura e cibo tutti pensano di sapere.  La seconda motivazione è l’immagine di naturale e di agricoltura nostalgica che non corrisponde alla realtà. L’agricoltura è, e deve essere, professionale per sfamare la popolazione in crescita e l’immagine che naturale significhi per forza buono deve essere distrutta. Il libro vuole affrontare, quindi, argomenti che il medio pubblico non conosce o ha un’immagine distorta, per spiegarli col metodo scientifico. Si scopre che non c’è bianco o nero per ogni argomento, ma infinite sfumature di grigio.

Com’è, secondo lei, la divulgazione in questo ambito?

La scienza, comprendendo le scienze agrarie, è pubblicata solo sulle riviste scientifiche, in inglese e in genere a pagamento, difficilmente accessibile dai non esperti settoriali. Ogni articolo è la spiegazione di uno o più esperimenti, eseguiti con metodo scientifico. I risultati devono essere dimostrabili e replicabili e prima della pubblicazione avviene la revisione tra pari, il peer-review, ecco perché la scienza non è democratica, o meglio lo è solo a pari livello di competenza.

Il metodo scientifico non è infallibile, ma la migliore approssimazione che abbiamo per conoscere i fenomeni. Oltre agli articoli scientifici, esiste la divulgazione scientifica, come il nostro libro che può essere più o meno autorevole, a seconda di chi dice cosa. La difficoltà sta nel saper riconoscere le fonti; purtroppo, il medio pubblico può essere influenzato dal pensiero della politica, delle associazioni (per esempio quelle ambientaliste) o dal marketing ingannevole, tutto ciò accelerato dal web e i social.

In prima persona ho spesso notato che la gente non crede che dietro all’agricoltura ci siano anni di ricerca e scienza. Lei che ne pensa?

Esatto, molti pensano che l’agricoltura non sia una scienza; quando parlo di miglioramento genetico le persone pensano subito agli OGM senza sapere che tutto ciò che troviamo sul banco dei supermercati è “frutto” del miglioramento genetico dell’uomo da 10 000 anni fa ad oggi. L’agricoltura nasce come una pratica empirica, come tutte le scienze, ma è diventata sempre più scientifica e aggiungerei una scienza difficile, perché influenzata da moltissime variabili, come quelle climatiche.

Quali sono i più grandi “falsi miti” che la gente segue ancora in questo campo?

Sicuramente l’idea di naturale=buono e chimico=cattivo, ma anche grande diffidenza nei confronti degli OGM e di ogni altra “manipolazione” sulle piante. Si pensa che tutto ciò che sia biologico è sicuramente superiore (anche in termini nutrizionali), che il biologico non usi prodotti chimici in assoluto. Si confonde la varietà con il metodo di coltivazione. Molti pensano che il cibo di una volta sia migliore. Si arriva a pensare addirittura che le pratiche del biodinamico (molti pensano sia sinonimo di biologico) funzionino, anche se il metodo scientifico dice il contrario. 

Ringraziandola per questo suo intervento, vorrei chiederle come vede il futuro dell’agricoltura e della divulgazione in generale? Quali sono le sue prospettive future?

Come diciamo in Agrifake, l’agricoltura dovrà sfamare sempre più persone, lo potrà fare solo con la scienza, puntando sui 3 pilastri: tecnica agronomica, chimica e genetica. Quindi bello il pomodoro biologico, con il terreno zappato a mano, senza usare la “chimica mostro” e venduto al km0, ma non sfamerà il mondo. Per la divulgazione è difficile prevedere il futuro, a mio parere bisognerebbe partire dalle scuole per insegnare a riconoscere le notizie vere, ad analizzare le fonti, a capire cosa è scienza e cosa è opinione, a studiare la statistica. Bisogna imparare o reimparare a credere negli esperti di ogni settore, facendo un atto di fede, altrimenti se mettessimo in discussione tutto sarebbe la fine, e quando siamo ammalati non dovremmo rivolgerci ai medici, ma al “pensiero alternativo”, tornando agli stregoni. Per me è meglio affidarsi alla comunità scientifica che alla comunità Facebook.  

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