Alzheimer: una molecola apre a nuove terapie

Generalità

L’Alzheimer è un disturbo neurocognitivo irreversibile, che si manifesta attraverso perdita di memoria, difficoltà di pensiero e di comportamento. Noto per essere una patologia legata all’invecchiamento, in realtà l’Alzheimer può esordire anche in età pre-senile, per poi aggravarsi con il passare degli anni anche a causa della mancanza di vere e proprie terapie ad hoc. In tutta Europa si stima rappresenti circa il 50% delle demenze, in Italia fino al 60%; prevale nelle donne, probabilmente per la maggiore aspettativa di vita.

La ricerca sulle demenze si concentra soprattutto su quella causata da Alzheimer, tant’è che quanto sappiamo oggi, come la formazione nel cervello di placche di proteine β-amiloidi, è stato scoperto in gran parte negli ultimi 20 anni. Si spera, infatti, che tali consapevolezze contribuiscano alla creazione di terapie capaci di far rallentare lo sviluppo della patologia.

Rappresentazione di confronto tra cervello sano (sinistra) e cervello di paziente colpito da Alzheimer (destra)
Figura 1 – Rappresentazione di confronto tra cervello sano (sinistra) e cervello di paziente colpito da Alzheimer (destra) [wikipedia.org]

Una nuova speranza: la molecola italiana che fa regredire l’Alzheimer

Nel 2009, uno studio di ricerca italiano descrisse una variante genetica della proteina β-amiloide (A2V)che, nei suoi portatori eterozigoti, contribuisce ad evitare la formazione di placche e, di conseguenza, l’insorgenza di danni sul tessuto neuronale. A partire da tale scoperta, lo stesso gruppo di ricerca dimostrò già negli scorsi anni la capacità di questa molecola, ricreata sinteticamente in laboratorio, di contrastare la formazione delle placche amiloidiche, di proteggere da danni neuromuscolari e dalle sinaptopatie.

Tuttavia, quelle prime ricerche portarono risultati positivi solo nelle terapie contro Alzheimer a breve termine, suggerendo che la composizione del vettore, il quale accompagnava la molecola sintetica, alla lunga tendesse a presentare capacità amiloidogeniche, annullando di fatto il lavoro di prevenzione svolto dall’abilità anti-amiloide di Aβ A2V. Per questo, il gruppo di ricercatori ha svolto una sperimentazione che ha previsto la somministrazione della molecola Aβ A2V per via intranasale, senza alcun vettore.

Risultati

Il peptide Aβ A2V si è notevolmente distribuito in tutte le principali aree del cervello, restandoci in buone quantità per 48 ore, suggerendo, quindi, di effettuare somministrazioni a intervalli regolari ogni 48 ore. Nello specifico, corteccia e ippocampo hanno presentato un picco di Aβ A2V dopo 4 ore dalla somministrazione, con una diminuzione 24 ore dopo; la zona dello striato, allo stesso tempo, ha presentato picchi dopo 4 e 24 ore, diminuendo dopo 48 ore. Vi è, inoltre, un’importante diminuzione di proteine β-amiloidi (dimostrata mediante test ELISA), capace di contrastare efficacemente la formazione delle placche citate nel paragrafo precedente e responsabili di importanti danni sul tessuto nervoso. Allo stesso tempo, è stata riconosciuta la capacità, da parte di Aβ A2V , di prevenire i danni alle sinapsi, contribuendo significativamente a preservare l’integrità di quest’ultime. Infine, non è stata riscontrata alcuna risposta immunitaria contro il peptide sintetico.

Confronto tra cervelli di topo trattati con Aβ A2V (B, D, F) e gruppo di controllo (A, C, E): il gruppo di topi trattato manifesta una minore presenza di peptidi Aβ responsabili della formazione di placche cerebrali, rispetto al gruppo di controllo
Figura 2 – Confronto tra cervelli di topo trattati con Aβ A2V (B, D, F) e gruppo di controllo (A, C, E): il gruppo di topi trattato manifesta una minore presenza di peptidi Aβ responsabili della formazione di placche cerebrali, rispetto al gruppo di controllo [nature.com]

Conclusioni e possibili sviluppi futuri

A2V si dimostra un’arma potenzialmente molto forte nel contrasto ad Alzheimer, le cui cure e terapie proposte in passato non hanno mai soddisfatto i requisiti invece pienamente riconosciuti nel peptide. Questo, infatti, si ispira ad un modello già presente in natura, caratteristico di individui protetti dall’insorgenza di Alzheimer. Inoltre, una volta somministrato, si traduce in effetti e meccanismi d’azione combinati, che permettono di contrastare la patologia in tutte le sue parti: dalla polimerizzazione della proteina β-amiloide, fino alla formazione di placche e l’insorgenza di danni sinaptici.

A2V, quindi, apre a nuove strategie di cura e/o prevenzione ad Alzheimer, a basso costo, poco invasive e applicabili nelle prime fasi della patologia.

Fonti

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Davide Puntorieri

Dottore in Scienze gastronomiche e oggi studente di scienze e tecnologie alimentari (LM-70) presso l'Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria.

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