Campilobatteriosi

Caratteristiche

La campilobatteriosi (o campylobatteriosi) è una malattia infettiva batterica a trasmissione alimentare causata dal batterio gram negativo non sporigeno appartenente al genere Campylobacter, caratterizzato da una particolare forma ricurva che ricorda una spirale (Fig.1); la malattia è sostenuta in particolare dalle specie Campylobacter jejuni, Campylobacter coli e in minor misura da Campylobacter lari. Il Campylobacter è responsabile di una zoonosi, causa di una patologia a tropismo gastroenterico con frequenti scariche diarroiche e manifestazioni addominali anche molto dolorose. La campilobatteriosi rientra tra le patologie infettive gastrointestinali ormai più diffuse al mondo: grazie ad alcuni dati è stato possibile analizzare il tasso di incidenza di tale patologia, risultato essere in alcuni paesi europei nettamente superiore alle salmonellosi non tifoidee. Il Campylobacter è un batterio microaerofilo provvisto di un flagello polare mobile che gli conferisce una particolare motilità.

Campylobacter jejuni - Campilobatteriosi
Figura 1 – Campylobacter jejuni visto al microscopio elettronico. Particolare la sua struttura ricurva, a spirale [Fonte: Wikipedia]

I batteri appartenenti al genere Campylobacter normalmente vivono nel tratto digerente di diversi animali da allevamento, come bovini, suini, pollame; di conseguenza le feci di questi animali possono contaminare l’acqua dei laghi e dei corsi d’acqua, anche se l’uomo solitamente contrae l’infezione mangiando e bevendo carne poco cotta, cibi preparati su piani di cottura contaminati da precedente manipolazione con carni contaminate, latte non pastorizzato e acqua contaminata non trattata. Può causare infezione in persone immunocompetenti ed immunocompromesse, anziani e bambini, con necessità di monitorare con attenzione il decorso in queste ultime categorie, particolarmente a rischio per disidratazione e complicazioni.

Eziologia e patogenesi

La campilobatteriosi è causata in prima linea dal C. jejuni, ma spesso dopo esame colturale e successiva identificazione si può riscontrare anche la presenza del C. coli, in minor misura il C. lari, C. fetus e C. upsaliensis. L’infezione può essere contratta consumando cibi e/o bevande contaminate oppure entrando in contatto con individui e animali infetti, ma la trasmissione alimentare rimane comunque la prima causa di contagio. Il Campylobacter è un batterio generalmente sensibile agli acidi gastrici, in presenza quindi di terapie come gli anticidi e gli inibitori di pompa protonica finalizzati alla riduzione ed al blocco della produzione degli stessi acidi gastrici, riesce ad oltrepassare le barriere gastriche fino ad arrivare all’intestino, dove esplica la sua attività patogenetica, provocando la cosiddetta enterite da Campylobacter.

Ad oggi la patogenesi del batterio e la sua capacità di invasione cellulare rimangono ancora ignote, ma secondo alcuni studi è possibile pensare che un fattore estremamente importante sia la motilità stessa del batterio e i diversi geni di virulenza che a seconda della dose infettante e delle condizioni di salute del paziente, possono creare quadri di malattia di diversa gravità.

Segni e sintomi

Dopo l’esposizione al batterio, il periodo di incubazione si sviluppa nell’arco variabile da 2 a 5 giorni con un massimo di 7; la sintomatologia riguarda principalmente manifestazioni enteriche, con forti dolori addominali, crampi e conseguente diarrea che nell’arco di una giornata può arrivare a superare dieci scariche diarroiche; le feci possono essere morbide fino ad acquose, gialle e talvolta la diarrea può essere emorragica con presenza di sangue vivo e manifestazioni anche sistemiche, come spossatezza, mal di testa, nausea, brividi e febbre che può variare dai 38 ai 40 gradi. La durata delle manifestazioni cliniche generalmente arriva a 5-7 giorni, ma in alcuni casi può superare la settimana arrivando a 10-15 giorni con forti disagi per il paziente interessato.

Generalmente in un soggetto immunocompetente che riesce ad arginare l’infezione, quest’ultima si risolve in maniera autolimitante. Nonostante questo, è di fondamentale importanza reintegrare i liquidi persi cercando di idratarsi il più possibile, onde evitare uno squilibrio elettrolitico che potrebbe aggravare il quadro clinico.

La campilobatteriosi può portare inoltre ad alcune complicanze, che riguardano una batteriemia transitoria, artrite reattiva, sindrome dell’intestino irritabile e la sindrome di Guillain-Barré, patologia nervosa che si scatena a distanza di qualche settimana rispetto alla prima infezione, in cui gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario per arginare l’agente patogeno attaccano i nervi del soggetto colpito, con manifestazioni a carico degli arti superiori ed inferiori, debolezza ed indebolimento muscolare. La maggior parte delle persone colpite (circa il 25-40% delle persone con infezione da Campylobacter) va incontro a guarigione, ma la debolezza muscolare può persistere per mesi e/o anni.

Epidemiologia

Secondo le statistiche dell’ISS, l’infezione da Campylobacter è diffusa in tutto il mondo: nel 2019, 28 Stati membri dell’UE hanno segnalato 220.682 casi di gastroenterite da Campylobacter spp. Negli stati a basso reddito, è invece difficile stimare la reale incidenza della patologia, a causa delle scarse metodiche diagnostiche che non ne permettono la corretta diagnosi e la presenza di ulteriori agenti patogeni causa di gastroenterite che vanno ad aggiungersi alla campilobatteriosi.

Diagnosi e test di laboratorio

La diagnosi della campilobatteriosi è generalmente di laboratorio: le manifestazioni cliniche sono spesso simili ad altre gastroenteriti batteriche con forti manifestazioni intestinali, come la salmonellosi enterica, la shigellosi e l’infezione da Clostridioides difficile, per questo motivo oltre all’anamnesi clinica ed alla storia del paziente (es. recenti viaggi) è imprescindibile l’applicazione di tecniche di laboratorio che ne consentano la corretta diagnosi.

La ricerca del Campylobacter spp. viene eseguita su un campione di feci, sottoposto ad esame colturale, incubazione e successiva identificazione batterica con MALDI-TOF o VITEK MS. Generalmente per la ricerca e isolamento del Campylobacter vengono utilizzati dei terreni selettivi come il terreno di Skirrow, il terreno di Butzler ed il CCDA Agar (Fig.2), incubati in atmosfera microaerofila a 35-42 gradi per 42-48 ore; è possibile ottenere l’atmosfera microaerofila con degli involucri specifici forniti dalle stesse ditte che forniscono i terreni di coltura, appositamente studiati sia per batteri microaerofili che per batteri anaerobi stretti.

Colonie di Campylobacter spp. su CCDA Agar - Campilobatteriosi
Figura 2 – Colonie di Campylobacter spp su CCDA Agar [Fonte: Bing/Microbiologia Italia]

Eseguita e confermata l’identificazione batterica, è possibile eseguire l’antibiogramma in modo tale da avere un pannello completo comprendente la sensibilità/resistenza agli antibiotici, che a seconda della specie può essere variabile. Gli antibiotici testati riguardano ciprofloxacina, eritromicina, tetraciclina, fluorochinoloni.

Tecniche di biologia molecolare

Oltre alle tecniche diagnostiche convenzionali, è possibile far riferimento anche a tecniche di biologia molecolare, che in poco meno di due ore sono in grado di fornire un risultato totalmente affidabile. Estremamente utile è l’utilizzo del Gastrointestinal Panel, un test qualitativo eseguito su feci che unisce l’estrazione dell’acido nucleico ove presente e successiva PCR multiplex: il test è progettato per la ricerca di batteri, virus e parassiti quali ad esempio Entamoeba histolytica, Cryptosporidium spp., Giardia lamblia, Vibrio cholerae, Campylobacter spp., Salmonella spp., Yersina enterocolitica, Clostridioides difficile (tcdA/tcdB).

Terapia

In situazioni cliniche di normalità, quindi in un soggetto senza patologie e farmaci che causano un indebolimento-depressione del sistema immunitario, la campilobatteriosi è autolimitante, tende quindi a risolversi da sola senza particolari sequele nonostante il decorso possa essere abbastanza pesante.

Negli anziani, nei bambini e nei pazienti immunocompromessi-immunodepressi, è necessario ricorrere invece all’utilizzo di antibiotici che possono favorire il recupero dalla patologia che generalmente tende ad essere da moderata a grave. In entrambi i casi, sia nei soggetti sani che nei soggetti a rischio, è fondamentale l’integrazione dei liquidi persi; in alcuni casi è consigliabile l’assunzione di fermenti lattici, a causa del sovvertimento della flora batterica come conseguenza all’infezione. La campilobatteriosi può essere trattata efficacemente con eritromicina, fluorochinoloni e tetraciclina, anche se il fenomeno della farmaco-resistenza è purtroppo in continuo aumento; a tal proposito è sempre utile eseguire l’antibiogramma per impostare al meglio la terapia d’urto quando necessario.

Infine, è necessario attuare delle strategie di prevenzione a monte dell’infezione, poiché la contaminazione della carne avviene durante la macellazione: misure di controllo in tutti i settori della catena alimentare possono contribuire alla riduzione del rischio di infezione.

Priscilla Caputi

Fonti

Crediti immagini:

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