Reinfezione COVID: un problema annoso e sfortunatamente attuale

Il 2020 è stato un anno che difficilmente riusciremo a dimenticare. Le nostre vite sono state sconvolte da un’invisibile minaccia chiamata SARS-CoV-2. I vaccini, però, si sono rivelati un’arma efficace per ridurre la mortalità degli infetti e tenere sotto controllo la pandemia che stava dilagando incontrollata. Sfortunatamente, i casi di reinfezione da COVID-19 continuano ad essere presenti e a destare allarmismi. In questo articolo cerchiamo di fare maggiore chiarezza sull’argomento.

vaccini-contro-reinfezione-covid
Figura 1 – I vaccini sono un arma importante per ridurre il rischio di reinfezione da COVID-19. [Fonte: pxhere.com]

Come mai esiste il problema della reinfezione?

Il sistema immunitario di un organismo funge da scudo difensivo contro gli organismi patogeni che popolano l’ambiente in cui viviamo. Quando essi riescono a bucare le nostre difese immunitarie, si verifica un’infezione e si può sviluppare una malattia. Se però l’organismo ha precedentemente incontrato il patogeno, con buona probabilità l’infezione verrà stroncata sul nascere grazie alla presenza della cosiddetta “memoria immunologica“, ossia la capacità del sistema immunitario di ricordare i patogeni precedentemente incontrati e di mettere in atto le misure più efficaci per contrastarli. Alla luce di ciò, il problema delle reinfezioni da COVID-19 può essere ricondotto

  • alla presenza di nuove varianti del virus, ossia di forme che il nostro organismo non ha mai incontrato
  • al fatto che alcuni individui non sviluppano un’adeguata memoria immunologica dopo la prima esposizione al virus

I dati sulle reinfezioni COVID-19

Numerose sono le pubblicazioni scientifiche che hanno cercato di spiegare il fenomeno della reinfezione da COVID-19 e la maggior parte di esse concordano sul ruolo di prevenzione offerto dalla vaccinazione. Flacco e colleghi hanno infatti riportato come in un gruppo di più di 10 milioni di pazienti, il tasso di reinfezione fosse di 0.74% per i pazienti non vaccinati e di 0.32% per quelli che invece avevano ricevuto la dose di vaccino. Inoltre, la letteratura evidenzia il ruolo chiave delle varianti nel contesto delle reinfezioni da COVID-19. Per esempio, varianti ad elevato tasso di trasmissibilità come Omicron possono essere causa di un aumento dei casi di reinfezione.

In linea generale, però, il tasso di reinfezione a un anno dalla prima esposizione al virus è piuttosto basso (attorno all’1%), anche se la reinfezione da COVID-19 può avvenire anche dopo poche settimane che il paziente si è negativizzato.

La sintomatologia delle reinfezioni da COVID-19

Relativamente ai sintomi dei pazienti, non sembrano esistere differenze sostanziali tra la prima esposizione al COVID-19 e una successiva reinfezione. In entrambi i casi, infatti, i sintomi più comuni sono tosse, febbre, affaticamento, mal di testa e difficoltà a respirare. Il tasso di reinfezioni con esito severo, grave o letale è molto basso e non sembra essere associato con la variante responsabile della reinfezione.

Spinti da queste evidenze, alcuni studi riportano che i pazienti reinfettati non hanno assunto alcun trattamento farmacologico. Altri studi hanno invece riportato di aver trattato i pazienti con farmaci antivirali, prednisone e desametasone.

Conclusioni

Sfortunatamente le reinfezioni da COVID-19 non potranno essere eliminate del tutto, ma per fortuna conosciamo la malattia in maniera più approfondita rispetto ad alcuni anni fa. Ciò ci permette di mettere in atto tutte le misure necessarie per tenere a bada il problema delle reinfezioni attraverso i vaccini (sicuri anche per le donne in gravidanza), le mascherine, il distanziamento sociale, uno stile di vita sano e soprattutto i consigli di persone esperte in materia come i medici di famiglia o gli specialisti ospedalieri.

Fonti

Crediti immagini

  • Immagine in evidenza: https://www.imperial.ac.uk/news/234199/covid-19-complications-children-what-weve-learnt/
  • Figura 1: https://pxhere.com/it/photo/1640985
Foto dell'autore

Davide Sampietro

Davide is a molecular biologist and bioinformatician trained in Italy and Germany. Curious and eager to learn the ultimate principle of biological processes, he is fascinated by the innumerable commercial and clinical opportunities molecular biology offers us.

Rispondi