La prima prova della presenza di microplastiche nella placenta umana

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Microplastiche nella placenta umana

Il nuovo studio, condotto dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche, ha dell’inaspettato. Lo studio ha analizzato le placente di sei donne sane, tra i 18 e i 40 anni, con parti naturali. Dov’è la novità? Che i ricercatori hanno rilevato frammenti di microplastiche nella placenta (Fig. 1).

la prima prova della presenza di microplastiche nella placenta umana
Figura 1 – La prima prova della presenza di microplastiche nella placenta umana
Fonte immagine: microbiologiaitalia.it

Lo studio sulle microplastiche nella placenta umana

Lo studio, condotto dal dott. Antonio Ragusa e collaboratori, ha analizzato le placente di sei donne sane e che hanno avuto un parto vaginale presso il Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli. Le donne sono state accuratamente selezionate per escludere dallo studio pazienti affette da malattie gastrointestinali, cancro, trapianto di organi, HIV o altre patologie gravi. Le donne scelte, inoltre, non facevano uso di alcol né fumo di sigaretta, non seguivano particolari diete e non assumevano antibiotici né farmaci che potessero influenzare l’assorbimento intestinale (da due settimane prima del parto). Infine, non avevano subito trattamenti dentali invasivi o abrasivi ed è stato loro chiesto di registrare l’utilizzo di dentifrici o cosmetici nella fase precedente allo studio clinico.

Com’è stato effettuato lo studio?

Per prevenire la contaminazione da plastica, i ricercatori hanno condotto l’intero studio adottando un protocollo particolare. I guanti delle ostetriche e dei medici, così come gli asciugamani utilizzati in sala parto erano in cotone. Il cordone ombelicale è stato invece tagliato con forbici metalliche per evitare il contatto con materiale plastico.

Da ciascuna placenta i ricercatori hanno prelevato tre porzioni. Successivamente, i campioni sono stati etichettati e conservati in bottiglie di vetro con coperchi di metallo a −20 ° C.

In totale, gli autori dello studio hanno rilevato 12 campioni di microplastiche nella placenta di quattro delle sei donne facenti parte dello studio (Fig. 2).

Per definire la natura di queste microplastiche è stata eseguita un’analisi retrospettiva basata sulla spettroscopia Raman, una tecnica di analisi dei materiali ampiamente in uso per rilevare la presenza di microplastiche e microparticelle in generale.

placenta umana
Figura 2 – placenta umana
Fonte immagine: wikipedia.it

Come sono arrivate le microplastiche nella placenta?

Le dimensioni dei campioni di microplastiche raccolti si aggiravano intorno ai 10 μm, ad eccezione di due più piccoli di circa 5 μm. Questi valori sono risultati essere compatibili con un possibile trasporto per via ematica.

Le microplastiche (Fig. 3) possono accedere al flusso sanguigno e raggiungere la placenta dal sistema respiratorio materno e dal tratto gastrointestinale, mediante meccanismi di endocitosi mediata da cellule.

Una volta che le microplastiche hanno raggiunto la superficie della placenta, possono invadere il tessuto attraverso diversi meccanismi di trasporto, sia attivi che passivi.

Potenzialmente, possono poi alterare diverse vie di regolazione cellulare nella placenta, come i meccanismi immunitari, la segnalazione del fattore di crescita, la comunicazione materno-fetale e il traffico di cellule dendritiche, natural killer, cellule T e macrofagi durante la gravidanza. Tutti questi effetti possono potenzialmente condurre a esiti dannosi per la gravidanza tra cui preeclampsia (consistente nella comparsa o aumento di ipertensione che può provocare distacco di placenta e parto pretermine) e problematiche della crescita fetale.

microplastiche
Figura 3 – Microplastiche
Fonte immagine: wikipedia.it

Il problema delle microplastiche

La problematica della plastica non è cosa nuova. Ogni anno, globalmente, se ne producono circa 320 milioni di tonnellate. L’Europa contribuisce per il 17,2% sulla produzione mondiale di plastica soprattutto nel settore packaging. Secondo un’analisi condotta da WWF, ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono nel Mediterraneo (Fig. 4).

Le onde, gli agenti atmosferici e alcuni fenomeno come l’abrasione, trasformano poi le plastiche in microplastiche. Esse sono definite come particelle di dimensioni inferiori a 5 mm, ottenute per frammentazione di pezzi più grandi o ottenute appositamente per usi commerciali.

Secondo alcuni studi, le microplastiche sono praticamente ubiquitarie; possono essere rintracciate nel cibo, nel tratto gastrointestinale di animali marini e anche nell’intestino umano.

Uno studio condotto qualche anno fa e presentato a Vienna in occasione della 26a United European Gastroenterology Week, ha rilevato dall’analisi di campioni di feci di otto volontari la presenza di microplastiche in ognuno di essi, con dimensioni dai 50 ai 500 micrometri.

Successivamente, l’internalizzazione delle microplastiche può innescare forti reazioni immunitarie da parte del nostro organismo, favorire la trasmissione di agenti patogeni e veicolare sostanze chimiche tossiche.

l'inquinamento dovuto alla plastica è un serio problema mondiale
Figura 4 – L’inquinamento dovuto alla plastica è un serio problema mondiale
Fonte immagine: WWF

Considerazioni finali

La placenta è un punto cruciale di interfaccia tra il feto e l’ambiente materno. Permette l’assorbimento dei nutrienti, la regolazione termica, l’eliminazione dei rifiuti e lo scambio di gas attraverso la fornitura di sangue della madre. Per questi motivi risulta essenziale ampliare lo studio sulla presenza di microplastiche nella placenta, valutando così eventuali problematiche a carico del feto.

Essendo questo il primo studio che rivela la presenza di microplastiche nella placenta sarà necessario attendere per altre importanti informazioni.

Elena Panariello

Fonti

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