Fomes fomentarius

Caratteristiche

Fomes fomentarius, comunemente denominato fungo esca del fuoco (Fig. 1), è un basidiomicete saprofita, parassita e non commestibile che si trova in Europa, Asia, Africa e America settentrionale. Risiede sui tronchi di svariati alberi di latifoglie, tra cui faggio, betulla, platano, pioppo, olmo, ippocastano, quercia, acero e tiglio, sui quali provoca la fitopatologia chiamata carie bianca (o marciume bianco), caratterizzata dalla marcescenza rapida dei tessuti legnosi.

Il nome del micete deriva dalle due parole latine “fomes” e “foméntum”; la prima significa “carburante”, “alimento del fuoco” (riferito alla sua infiammabilità, quindi l’abilità di alimentare facilmente una scintilla o una brace), mentre la seconda vuol dire “fomentazione”, “esca per accendere il fuoco”.

Figura 1 – Carpofori di F. fomentarius fotografati al Parco della Golena del Po
Figura 1 – Carpofori di F. fomentarius fotografati al Parco della Golena del Po [Foto di Lorenzo Tramontana]

Questo fungo cresce su alberi vivi o morti, in estate e in autunno, e permane sui tronchi per periodi che superano i venti anni (pluriennale). La temperatura che maggiormente gli consente di proliferare si aggira tra 27° C e 30° C, ma è in grado di tollerare senza problemi anche temperature più elevate, fino a 37-38° C. F. fomentarius è privo di gambo (sessile), presenta un corpo fruttifero formato da materia vegetale degradata dal micete, una scorza esterna legnosa e densa, e può assumere dimensioni considerevoli, fino a circa 50 cm in lunghezza e 25 cm in spessore. Ma una proprietà abbastanza peculiare, comune a molti funghi che digeriscono il legno, è il geotropismo, ovvero la capacità di orientare la parte che rilascia spore (imenoforo) parallelamente al terreno, allo scopo di favorire una disseminazione più vantaggiosa delle spore. Poiché F. fomentarius è attaccato al tronco e l’albero parassitato è soggetto a caduta, per riuscire a posizionare la porzione fertile in maniera parallela al suolo, il micete deve attuare delle rotazioni su se stesso quasi impossibili (Fig. 2).

Oltre al nome F. fomentarius, esistono molteplici sinonimi di questo fungo, tra cui Boletus fomentarius, Agaricus fomentarius, Ungulina fomentaria e Placodes fomentarius.

Figura 2 – Carpofori su un tronco caduto. Come si può osservare, due si essi hanno invertito la posizione di crescita di 90°, permettendo all’imenoforo di collocarsi parallelo al suolo
Figura 2 – Carpofori su un tronco caduto. Come si può osservare, due si essi hanno invertito la posizione di crescita di 90°, permettendo all’imenoforo di collocarsi parallelo al suolo [Foto di Pietro Curti]

Filogenesi

DominioEukaryota
RegnoFungi
PhylumBasidiomycota
ClasseBasidiomycetes
OrdinePolyporales
FamigliaPolyporaceae
GenereFomes
SpecieF. fomentarius
Tabella 1 – Filogenesi di F. fomentarius

Morfologia

Il carpoforo di F. fomentarius è distinto da una forma che ricorda un grosso zoccolo di cavallo (ungulato), è lungo tra i 10 e i 40 cm, pesa oltre 2 kg, presenta una scorza esterna liscia e crostosa con solchi concentrici e ondulati, e un margine rugoso rivestito da un lieve strato di peluria; il colore può essere ocra, grigiastro o brunastro (Fig. 3). La carne ha una consistenza legnosa o spugnosa, fibrosa, con un pigmento bruno-rossastro e un marcato odore fungino o di legno, assai piacevole.    

La superficie fertile (imenoforo) mostra dei tubuli pluristratificati, lunghi e rossastri-rugginosi che confluiscono in pori minuscoli, tondeggianti, fragili e sottili, il cui colore può essere bianco, grigio, crema, ocra o brunastro (Fig. 4). Le spore sono ellissoidali, giallastre e dalla superficie liscia, e misurano 12-20 x 4-7 μm (Fig. 5).

Figura 3 - Carpoforo di F. fomentarius su quercia (A), su pioppo secolare (B), su faggio (C) e su un albero sconosciuto (D)
Figura 3 – Carpoforo di F. fomentarius su quercia (A), su pioppo secolare (B), su faggio (C) e su un albero sconosciuto (D) [Foto di Tomaso Lezzi / Foto di Pietro Curti / Foto di Mario Iannotti / Foto di Vanessa Vitali]
Figura 4 – Imenoforo di F. fomentarius; nell’immagine a destra è possibile apprezzare i pori
Figura 4 – Imenoforo di F. fomentarius; nell’immagine a destra è possibile apprezzare i pori [Foto di Mario Iannotti]
Figura 5 – Spore di F. fomentarius al microscopio ottico
Figura 5 – Spore di F. fomentarius al microscopio ottico [Foto di Marta Gonzàlez]

Patogenesi

Come accennato all’inizio, F. fomentarius raffigura uno degli agenti eziologici della carie bianca del legno (insieme a Dichomitus squalens, Ganoderma applanatum, Heterobasidion annosum, Trametes versicolor), che coinvolge l’alburno o il durame, ed è contraddistinta da un decadimento graduale dei tessuti legnosi. Tale alterazione è connessa alla capacità del micete di degradare la lignina (un eteropolimero amorfo costituito da unità di un composto chiamato fenilpropano), al fine di raggiungere la cellulosa e l’emicellulosa, che sono immerse nella matrice di lignina. La fitopatologia inizia nel momento in cui le spore o i frammenti di micelio penetrano nel tronco attraverso delle lesioni causate da svariati fattori, come sfoltimento e rotture dei rami, basse temperature e insetti xilofagi (per esempio i coleotteri delle famiglie Buprestidi, Bostrichidi e Scolitidi). In seguito alle ferite, i tessuti della pianta sono esposti agli agenti atmosferici e si disidratano con facilità, consentendo la proliferazione dei funghi parassiti.

Di solito il micelio, dopo aver trascorso un periodo come saprofita su organi morti dell’albero, colonizza i tessuti vivi, altera le pareti cellulari e avvia un processo di deterioramento persistente che procede di cellula in cellula. Anche con il freddo l’espansione del microorganismo non viene bloccata, bensì è semplicemente rallentata; l’accrescimento del fungo termina con la genesi del carpoforo, che può apparire isolato o in gruppi. Il legno colpito dalla degradazione assume delle tonalità più chiare e una consistenza fibrosa-spugnosa (Fig. 6B e C); in aggiunta a ciò, è possibile notare delle linee nerastre (Fig. 6A).

Quando la patologia arriva agli stadi avanzati, la pianta muore e crolla a terra, ma il micete continua a viverci cambiando la sua alimentazione, ovvero da parassita si converte in saprofita.

Figura 6 – Alcuni sintomi tipici della carie bianca
Figura 6 – Alcuni sintomi tipici della carie bianca [Foto di Vanessa Vitali / fabiochinellato.wordpress.com / www.horta-srl.it]

Identificazione

F. fomentarius non è complicato da riconoscere; per tale scopo è necessario valutare le caratteristiche fisiche descritte sopra, ossia la forma, le dimensioni e la posizione del carpoforo, le sembianze della superficie esterna, distinta dai solchi concentrici, il pigmento e la consistenza della carne, l’odore, e l’aspetto dell’imenoforo con i pori. In aggiunta a ciò, si possono osservare le spore al microscopio ottico.

Un ulteriore test per avere una maggiore conferma consiste nel prelevare un campione della crosta superiore e metterlo in idrossido di potassio (KOH); si osserverà il viraggio della soluzione verso il rosso scuro a causa di una sostanza chiamata Formenatriol, contenuta nel micete.

Nell’identificazione di F. fomentarius, bisogna prendere in considerazione i funghi simili, tra cui i basidiomiceti parassiti Fomitopsis officinalis (Fig. 7A) e Piptoporus betulinus (Fig. 7B). Il primo è caratterizzato da una superficie levigata o rigata, biancastra, bianco-grigiastra o color nocciola, ricoperta da una scorza che ricorda il gesso; l’imenoforo è bianco all’inizio per poi tendere all’ocra. Il secondo presenta una buccia uniforme, biancastra, grigio-brunastra o marrone chiaro, rivestita da un tenue strato che ha l’aspetto di un papiro. Il contorno è ricurvo e copre lievemente l’imenoforo, distinto da pori sferoidali, piccoli e di colore bianco crema.

Figura 7 – Carpoforo di F. officinalis (A) e P. betulinus (B)
Figura 7 – Carpoforo di F. officinalis (A) e P. betulinus (B) [www.micomedicina.com / Foto di Felice di Palma]

Lotta e prevenzione

Nella natura selvaggia l’infezione da F. fomentarius, come da altri miceti della carie bianca, rientra nei processi naturali riguardanti la degradazione della materia organica, quindi è considerata un evento “consueto”. Il discorso è differente negli ambienti urbani, dove l’obiettivo degli alberi è ornamentale e produttivo (piante da frutta), quindi è necessario attuare delle misure per la profilassi e la cura della carie. Le strategie di prevenzione basilari sono le seguenti:

  • Evitare tagli di grosse dimensioni quando si potano gli alberi;
  • Fare attenzione a non provocare lesioni degli organi legnosi, da cui possono entrare le spore fungine;
  • Disinfettare i tagli di potatura grandi e proteggerli con mastici cicatrizzanti;
  • Sterilizzare gli strumenti da potatura nel passaggio da un albero all’altro;
  • Allontanare i residui della potatura;
  • Liberarsi delle piante infette quando si ha a che fare con le piante da frutta.

Un’ulteriore metodica di profilassi è l’impiego di funghi simbionti come Trichoderma asperellum e Trichoderma gamsii, che svolgono un’azione antagonista proliferando sui tessuti superficiali della pianta, con conseguente blocco dell’invasione da parte dei funghi patogeni. Esiste un agrofarmaco a base dei due miceti citati, ovvero il Remedier (Fig. 8), venduto sotto forma di polvere bagnabile; l’applicazione di esso permette di ostacolare la colonizzazione dei parassiti, riducendo quindi le nuove infezioni e l’influenza della malattia.

Figura 8 – Remedier
Figura 8 – Remedier [www.agroamica.com]

Per quanto concerne la terapia della carie bianca, non sono disponibili molti metodi; tra quelli efficaci abbiamo il trattamento con Trichoderma spp. e la dendrochirurgia (Fig. 9). Quest’ultima si fonda sull’incisione del legno con motoseghe o trapani, al fine di rimuovere le porzioni di legno cariate, ed è un procedimento che deve essere eseguito solo da persone qualificate.

Figura 9 – Attuazione della dendrochirurgia
Figura 9 – Attuazione della dendrochirurgia [www.horta-srl.it]

Utilizzi

In passato l’impiego di F. fomentarius era connesso all’accensione del fuoco e all’elevato potere assorbente; c’è da dire l’utilizzo del micete è iniziato millenni fa, e ciò è confermato dal ritrovamento di frammenti di esso nella mummia di Similaun, nota anche come Uomo del Similaun o Uomo dell’Hauslabjoch, e soprannominata Ötzi. Questa mummia risale a circa 5300 anni fa, e il suo rinvenimento è avvenuto il 19 settembre 1991 sulle Alpi Venoste.

Al fine di poter adoperare il fungo per l’innesco del fuoco, è necessario seguire una specifica procedura: prima si taglia per scoprire la carne, dopo si raschia con scrupolo fino a quando le fibre creeranno un ammasso di involti spugnosi che prende il nome di amadou (dal termine volgare francese “Amadouvier”, che significa “Fomes”). Questi batuffoli, una volta posti a contatto con una scintilla, iniziano a bruciare piano piano senza formare una fiamma, e tale proprietà consente di generare la brace.

F. fomentarius trova applicazione in altri due ambiti, ossia l’abbigliamento e la medicina. Iniziando dal primo, l’azienda tedesca Nat-2 e la società di design Zvnder hanno adoperato le fibre del micete allo scopo di plasmare la cosiddetta “pelle di fungo”, usata per fabbricare borse e scarpe da ginnastica. Un tessuto ecosostenibile ricavato dal micelio di F. fomentarius è Mylo, che ha una consistenza simile al cuoio (Fig. 10).

Figura 10 – Borsa realizzata con Mylo
Figura 10 – Borsa realizzata con Mylo [https://leyton.com]

Passando all’ambito medico, secondo due studi del 2008 e del 2011, pubblicati rispettivamente su Bioresource Technology e Carbohydrate Polymers, l’estratto etanolico della biomassa miceliale e quello dei polisaccaridi intracellulari di F. fomentarius giocano un ruolo fondamentale nella terapia del tumore gastrico. Entrambi gli estratti hanno la capacità di contrastare la proliferazione delle linee cellulari umane di carcinoma gastrico SGC-7901 e MKN-45, mentre hanno un effetto minore sulla linea di cellule gastriche normali GES-1. Considerati i risultati, F. fomentarius raffigura un nuovo potenziale approccio terapeutico per il tumore dello stomaco. In aggiunta a ciò, un esopolisaccaride derivato dal fungo riesce a bloccare la crescita delle cellule SGC-7901 in maniera dose dipendente e tempo dipendente.

Un lavoro del 2014, pubblicato su Saudi Journal of Biological Sciences, descrive gli effetti di un polisaccaride (MFKF-AP1β) sulla linea cellulare di carcinoma polmonare A549. Questa sostanza inibisce la moltiplicazione delle cellule in maniera dose dipendente e induce l’apoptosi provocando rotture a singolo filamento del DNA. I risultati suggeriscono che MFKF-AP1β ha un’attività antitumorale e potrebbe essere efficace nella chemioterapia del tumore polmonare. Ciononostante, il preciso meccanismo d’azione di esso non è ancora chiaro, e inoltre occorrono ulteriori indagini per stabilire il rapporto tra le vie citotossiche e le vie apoptotiche indotte dal polisaccaride. 

Fonti

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