Coprocoltura: perché è un test da non sottovalutare?

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By Francesco Centorrino

Cos’è la Coprocoltura?

È difficile non averne mai sentito parlare, eppure non tutti sanno i motivi per cui l’esame microbiologico svolto sulle feci è fondamentale per la buona riuscita di una determinata terapia.

Iniziamo col premettere che la coprocoltura è un tipo di analisi che tenta di identificare la presenza di batteri patogeni, ovvero responsabili dello sviluppo della malattia. 

Nell’individuo sano sappiamo che esiste una precisa gamma di microrganismi che popola il suo tratto gastrointestinale, ovvero il microbioma. Pertanto la prima possibilità è quella di identificare un batterio che normalmente non è presente nella sua flora batterica intestinale.

La coprocoltura è essenziale per la ricerca di determinati microrganismi

In questo senso, l’analisi è generalmente volta alla ricerca di:

  • SALMONELLA: batterio che appartiene alla famiglia delle Enterobacteraceae, la classificazione inserisce nel genere due specie e otto sottospecie. L’infezione avviene di solito a seguito dell’assunzione di cibi contaminati e causa gastroenteriti o infezioni sistemiche;
  • SHIGELLA: microrganismo sempre appartenente alla famiglia delle Enterobacteraceae, viene classificata in quattro specie. La trasmissione si verifica sempre tramite acqua o cibi contaminati ed è responsabile della dissenteria bacillare, il cui sintomo caratteristico è la presenza di muco, sangue e pus nelle feci;
  • CAMPYLOBACTER: batterio che appartiene alla famiglia delle Campylobacteraceae. L’invasività del batterio e la sua produzione di tossine sembrerebbero essere la causa di una condizione nota come campilobatteriosi, patologia che presenta sintomi quali febbre, vomito ed emicrania seguiti da diarrea acquosa o ematica assieme a dolori intestinali. 

Situazioni particolari nell’analisi della coprocoltura

Tuttavia, questa non è l’unico quadro che potrebbe presentarsi: sebbene alcuni batteri vivano in perfetta omeostati con il nostro organismo, alcune condizioni sfavorevoli potrebbero causarne l’abnorme proliferazione. Il risultato immediato sarebbe la conversione di un batterio commensale, o simbionte, a patogeno. 

L’esempio più famoso è quello di Escherichia coli, le cui infezioni si verificano quando attacca un organo diverso da quello in cui normalmente è presente. Altro caso è quello del Clostridium difficile, responsabile della colite pseudomembranosa.

Questo tipo di situazione si può verificare ad esempio quando si è sottoposti ad una terapia antibiotica a largo spettro: assieme alla distruzione della popolazione batterica infetta, si potrebbe infatti accompagnare uno squilibrio della flora batterica intestinale, più comunque nota come disbiosi.

Infine la coprocoltura diventa un test fondamentale per la diagnosi di una patologia insorta a seguito di un viaggio intercontinentale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: ci si potrebbe infatti imbattere in un microrganismo locale che popola il tratto gastrointestinale dei residenti, ma che risulta patogeno nei turisti. Diventa dunque importante eseguire la coprocoltura estesa, alla ricerca ad esempio della specie Vibro, di cui famosa è la specie V. cholerae responsabile dell’omonima patologia.

L’importanza della coprocoltura

Alla luce di quanto analizzato, si arriva facilmente alla conclusione che il test delle feci è necessario per associare una precisa terapia farmacologica contro il batterio che si sta tentando di debellare. Non a caso vi si accompagna spesso un antibiogramma, per identificare consequenzialmente l’antibiotico più indicato alla condizione clinica del paziente. Diverso infatti sarà ad esempio l’uso dell’amoxicillina rispetto al cloramfenicolo: sebbene i principi attivi infatti vengano entrambi classificati come “antibatterici” o “chemioterapici”, questi farmaci appartengono a due distinte classi con diverso spettro d’azione. Ne consegue un differente utilizzo a seconda del tipo di infezione da trattare.

Oltre ad aumentare la probabilità di successo della terapia, questo tipo di approccio contribuirebbe anche ad arrestare il fenomeno dell’antibiotico resistenza: usando questo metodo razionale si evita infatti l’uso sconsiderati degli antibatterici e la conseguente probabilità che i vari ceppi sviluppino resistenza ai farmaci. 

Oltre ai casi precedentemente illustrati si potrebbe verificare la situazione per cui l’infezione nasce non da un batterio, ma da un altro microrganismo patogeno.

Spesso infatti non si ha bene in mente la distinzione tra i vari agenti infettivi, e si parla erroneamente in maniera interscambiabile dei microrganismi responsabili delle patologie di natura gastrointestinale.

In questi termini la coprocoltura diventa fondamentale per identificare delle infezioni ben più gravi, come le parassitosi, che senza questo tipo di analisi sarebbero difficili da individuare. Se infatti i risultati risultassero negativi, il medico curante potrebbe decidere di indagare ulteriormente alla ricerca di altri microrganismi come virus o parassiti. 

Helicobacter pylori

Ultima casistica da analizzare è quella di un batterio tanto particolare quanto pericoloso, ovvero l’Helicobacter pylori.

Parliamo di un batterio Gram negativo in grado di sopravvivere alle condizioni più ostili che il nostro organismo può proporre: è in grado infatti di proliferare anche in carenza di ossigeno (si tratta di un microaerofilo) e a valori di pH decisamente bassi. Essendo poi un batterio spiraliforme, riesce ad attraversare il muco che protegge la parete gastrica ed infettarne così la mucosa. A seguito della sua proliferazione, si ha poi il rilascio di tossine che creano un’infiammazione locale, la quale può progredire in gastrite, ulcera gastrica e infine carcinoma.

Che infezione causa Helicobacter pylori?

Si tratta dunque di un’infezione molto pericolosa se non diagnosticata e opportunamente trattata. Un tempo le analisi per rilevare questa infezione erano molto invasive: l’unico modo per individuare il batterio era infatti quello di eseguire una biopsia gastrica. Oggi invece abbiamo tra le diverse possibilità la ricerca degli antigeni di Helicobacter pylori nelle feci. Si parla di un tipo di analisi economica, sensibile, specifica e che non richiede un grande sforzo da parte del paziente. Quest’ultimo punto è fondamentale in quanto spesso, se il paziente non si rende conto del rischio di questo tipo di infezione, si potrebbe preferire evitare un’analisi invasiva come la biopsia e continuare a trattare l’infezione con farmaci non adeguati al quadro clinico. Aumentare la compliance tramite un esame semplice come quello delle feci ha dunque migliorato la possibilità di diagnosticare l’infezione da Helicobacter, nonché la conseguente eradicazione tramite terapia farmacologica. 

La raccolta del campione deve verificarsi in contenitore sterile, acquistabile in farmacia: questo al fine di evitare contaminazioni esterne. Con lo stesso principio, bisogna recapitarsi il prima possibile in un laboratorio di analisi dove verrà eseguito in breve tempo l’esame.

Il test prevede l’utilizzo di una piastra petri sterile dove verrà permessa solo la crescita di alcune colonie batteriche, ovvero quelle potenzialmente responsabili della patologia, tramite specifici terreni di coltura. Dopo un periodo di incubazione di circa 24 ore, la morfologia di ciascun ceppo consentirà all’esaminatore di individuare la presenza dei ceppi ricercati.

Fonti

  • https://labtestsonline.it/tests/coprocoltura
  • https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/c/coprocoltura-coltura-delle-feci-analisi-cliniche#risultati
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Coprocoltura
  • Microbiologia Farmaceutica, seconda edizione. N. Carlone, R. Pompei.